L’atelier

- Anno
- 1954
- Tecnica
- olio su compensato
- Dimensioni
- cm 35x50
- Numero nella mostra itinerante
- 69
Questa opera orizzontale ci apre le porte di un luogo speciale: una parete dello studio di Catarsini all’interno della Villa Museo Paolina Bonaparte a Viareggio. Più che la celebrazione dell’arte, il dipinto sembra ritrarre l’anima silenziosa della stanza, un angolo dove il tempo pare essersi fermato. In basso a sinistra si trova un sofà verde, con una coperta che disegna una netta riga orizzontale rossa e da un drappo bianco poggiato sopra. Sulla parete giallognola sovrastante, sono appesi due diplomi incorniciati, segni della lunga carriera del Maestro. A destra, la verticalità della stanza è definita da una libreria a muro colma di volumi e di giornali. Il primo piano a destra è occupato da oggetti semplici e umili: una sedia di legno e un cestino della carta straccia. Il pavimento è in cotto, ma il suo colore naturale è velato da una patina biancastra, quasi l’artista avesse voluto dipingere la polvere stessa che si posa sulle cose nel silenzio del lavoro. La tavolozza restituisce l’atmosfera che ancora oggi accoglie chi visita l’atelier. Sebbene manchino i cavalletti o i pennelli (che troveremo in altre opere), questi arredi rappresentano gli elementi “compagni” della vita quotidiana di Catarsini. Un dettaglio storico: oggi il sofà verde è scomparso, sostituito da alcune casse di spedizione, rendendo questo dipinto una preziosa testimonianza visiva di come lo studio appariva negli anni ’50.
APPROFONDIMENTI
L’ATELIER DI ALFREDO CATARSINI NELLA VILLA DI PAOLINA BONAPARTE
Questa tappa viareggina tocca uno dei luoghi più interessanti del Cammino I luoghi di Catarsini, l’atelier di Alfredo Catarsini, che si trova nelle soffitte della Villa Museo Paolina Bonaparte. Catarsini venne in questo Palazzo dopo che il suo precedente studio, che si trovava in alcune stanze del Palazzo Comunale (ex Casino Reale) in Via Regia, fu bombardato durante la Seconda Guerra Mondiale. L’atelier conserva l’importante archivio dell’artista e le tracce del suo lavoro e della sua vita: disegni, manifesti delle sue esposizioni, cavalletti, tavolozze, pennelli, documenti, foto, cataloghi, articoli, disegni, libri d’arte, lettere, diplomi e onorificenze. Ma anche manoscritti bozze, articoli perché non è stato solo un pittore, ma anche un letterato e un uomo di cultura attento e sensibile. Visitandolo si può ricostruirne la personalità e le vicende più salienti della sua lunga vita tutta dedicata all’arte. Cristina Acidini scrive: ….E mentre la figura del pittore perde gli spigoli e sotto il basco dal profilo parigino i capelli imbiancano, mentre la sua carriera di docente e di artista lo conduce attraverso sperimentazioni personali e autonome (col Simbolismo Meccanico e il Riflessismo, senza abbandonare la figura e il paesaggio viareggino), lo studio assume quell’aspetto vissuto, affollato di arnesi e di ricordi, che colpisce i visitatori…Nello studio odierno, è forte l’emozione dell’incontro col luogo che racchiude la testimonianza di un artista dalla personalità forte e decisa, di una longevità che gli ha consentito di attraversare gran parte del Novecento partecipando delle sue fluttuanti correnti artistiche. Opere che vanno e vengono, cartoni conservati dopo l’uso nei cantieri d’affresco, quadri scelti e approntati per esposizioni – a Firenze, a Venezia, a Roma e altrove -, quadri che ne ritornano, disegni che si stratificano in risme, articoli, recensioni, dépliant (tutto materiale che sembra importante sul momento e poi finisce in una riga del curriculum o nel dimenticatoio) e naturalmente tele, cornici, arnesi del mestiere. La pittura possiede Catarsini e gli è presente senza dargli tregua: nei suoi ritratti può capitare l’apparizione di una tela dipinta sul cavalletto, quadro nel quadro, frammento dello studio viareggino incorporato per sempre in un dipinto che farà la sua strada nel mondo. Là, l’intonaco alle pareti si offusca, la pittura bianca del tetto si scrosta e mostra chiazze di legno e laterizio…. Il passaggio dall’uso al museo ha ricreato, nei termini nuovi di una narrazione ordinata, quello che fu un ambiente vissuto in alacre confusione”.