Manichino nello studio

- Anno
- 1946
- Tecnica
- olio su tela
- Dimensioni
- 47 x 40
- Numero nella mostra itinerante
- 70
Quest’opera verticale segna un momento di profonda sperimentazione per Catarsini: il suo Riflessismo. Attraverso lo studio dei riflessi sugli specchi o sui vetri delle finestre del suo studio, l’artista scompone la realtà, creando un incastro di forme scolpite da colori vivaci e contorni netti. La scena è dominata da un manichino di legno, seduto su un tipico tavolo da lavoro a “capretta”. La figura è curiosa e stilizzata: ha una testa ovale priva di volto e le braccia color rosa. Le gambe, bianche e rigide perché prive di ginocchia, sono tese in avanti e terminano con piccole scarpe nere. Un deciso bordo nero definisce l’intera sagoma, staccandola nettamente dal fondo.
Attorno al manichino c’è una serie di cornici quadrate vuote. Due sono appoggiate a terra, mentre tre sono appese alla parete. Invece di racchiudere un dipinto, queste cornici inquadrano semplici spazi di colore, come se la pittura stessa fosse diventata pura geometria. L’opera colpisce per i forti contrasti cromatici. L’angolo dello studio viene trasfigurato: ciò che vediamo è la sovrapposizione di oggetti reali e delle loro immagini riflesse, che si intrecciano in un gioco armonioso di quadrati e linee rette. È un mondo silenzioso, quasi sospeso, dove il manichino sembra l’unico abitante di uno spazio fatto di sola luce e colore.
APPROFONDIMENTI
Nel dopoguerra, Catarsini rompe con la tradizione per abbracciare un’assoluta libertà espressiva. Nasce il suo Riflessismo, un linguaggio originale che trasforma l’atelier in un laboratorio ottico: osservando la realtà filtrata e riflessa dai vetri, l’artista scopre un universo di forme sovrapposte e prospettive inattese. Catarsini non ritrae oggetti, ma “eventi visivi”. Come suggerito dai surrealisti, egli cerca il fantastico nel quotidiano, catturando l’ambiguità tra ciò che è reale e ciò che è riflesso. Forti contrasti cromatici “scolpiscono” le forme che emergono da questo gioco di specchi, destabilizzando la visione comune e invitando l’osservatore a dubitare della natura stessa della realtà. Questa fase di fermento audace e coraggioso non è solo una ricerca stilistica, ma il preludio necessario alla successiva invenzione del suo originalissimo Simbolismo Meccanico.