Simbolismo meccanico composizione

- Anno
- 1972
- Tecnica
- olio su tela
- Dimensioni
- cm 70 x 50
- Numero nella mostra itinerante
- 66
Il dipinto si sviluppa in verticale su uno sfondo luminoso che sfuma dal marrone della base al grigio-azzurro brillante della parte superiore. Le forme sono definite da netti bordi neri, segno distintivo di alcune opere di Catarsini. In basso dominano due ruote dentate: A destra, una grande ruota rossa da cui parte una linea verticale, simile alla lancetta di un orologio. A sinistra, una ruota più piccola con una raggiera centrale sfumata. Da questi ingranaggi si dirama un complesso intreccio di linee, tubicini e contenitori che risalgono verso l’alto, occupando il centro della scena. L’intero sistema di tubi converge verso l’angolo in alto a destra, collegandosi direttamente alla testa di un giovane uomo. Il volto, color avorio ha tratti essenziali: naso, bocca e occhi accennati, orecchie pronunciate e sommità del capo piatta. La sua espressione è assente: né felice, né triste, quasi fosse un prodotto della lavorazione stessa o un componente dell’ingranaggio. Sebbene dipinta nel 1972, l’opera sembra anticipare l’era digitale. Attraverso questo “Simbolismo Meccanico”, Catarsini ci mostra l’alienazione dell’essere umano, ormai incastrato e schiacciato da una tecnologia invadente e dominante. Per Catarsini, l’inserimento della figura umana nel Simbolismo Meccanico non è una scelta estetica, ma un grido d’allarme filosofico. Se all’inizio le sue “macchine” erano protagoniste assolute (simbolo di ricostruzione e progresso), successivamente l’uomo entra in scena, ma non come dominatore, bensì come parte del meccanismo.
APPROFONDIMENTI – L’opera è famosa per essere stata frequentemente esposta ed essere stata tra le opere del Simbolismo meccanico prescelte dagli studenti che hanno partecipato al XXII premio Catarsini 2024 per eseguirne una reinterpretazione tattile, come quella esposta nel Laboratorio esperienziale di Palazzo Orsetti a Lucca, tappa del Cammino I luoghi di Catarsini. Infatti, esercita un fascino magnetico sui giovani di oggi, che ne riconoscono con sorpresa un’attualità disarmante. I ragazzi hanno colto nel volto assente e nei tubi-connessioni di Catarsini una metafora perfetta della loro quotidianità, fatta di schermi, algoritmi e legami digitali. Per loro, l’opera non è un reperto del passato, ma un linguaggio vivo. Catarsini vedeva l’uomo moderno “incastrato”: non usa più la macchina, ne è assorbito. Mentre il mondo festeggiava il boom tecnologico, Catarsini ne intuiva il lato oscuro. La figura umana serve a dare una scala di misura tragica: senza l’uomo, la macchina sarebbe solo un oggetto; con l’uomo prigioniero al suo interno, la macchina diventa un incubo. È il racconto di un’umanità che, cercando di semplificarsi la vita con la tecnologia, finisce per complicarla fino a rimanerne tragicamente schiacciata.